Nov 3, 2015 - Riflessioni    No Comments

Empatia portami via

Ammesso il mio imparzialissimo astio nei confronti del genere umano, devo dire che la gente riesce comunque ad innervosirmi più del previsto. Cioè, a stupirmi è la loro completa e fastidiosissima incapacità di empatia.

Non so, sarà capitato a tutti di avere una giornata no. Avete presente quando spegnete la sveglia nel sonno e, quando vi svegliate, scoprite di essere in ritardo anche per il vostro funerale, tutti i calzini sono a lavare, inciampate sul gatto, vi storcete la caviglia, perdete 1182736 treni, orde di giapponesi ti travolgono coi loro trolley-minivan e poi arrivate all’università per scoprire che la lezione è stata annullata? Ecco, quella è una giornata no.

Detto questo, devo introdurvi il gioco delle carte. È quel gioco di gruppo in cui ognuno attacca sulla fronte del proprio vicino un biglietto su cui è scritto il nome di un personaggio, che lui dovrà indovinare facendo domande. Ovviamente, tutti gli altri giocatori sanno cosa hai scritto in fronte. Ecco, io sono così. L’unica differenza è che, oltre ad essere ben consapevole di cosa ci sia scritto, sulla mia  fronte non appaiono biglietti del genere “Godzilla”, “Padre Pio” e “La scoiattolona cicciona della Spada nella Roccia” (sì, capita se hai degli amici burloni), ma cose tipo “Felice come Lapo ad un coca party”, “Depressa come Sasha Grey in convento” e “Furiosa come l’Orlando”. In poche parole, sono il gioco delle carte, ma con i personaggi di Inside Out. Da tutto questo deriva una totale incapacità di recitare o fingere emozioni. “Ok, è un disagio per me (i regali di Natale di merda per me sono un serio problema), ma perlomeno gli altri umani non faranno fatica a capire cosa provo quando ho bisogno che lo capiscano!”, ho sempre pensato. Pensavo male, ovviamente.

Conclusa l’introduzione, torniamo alla giornata di merda. Ecco, in una giornata del genere sopra la mia testa lampeggia un fottuto cartello di dimensioni epiche che recita “TITOLO: INCAZZATA NERA. Sottotitolo: stammi-alla-larga-se-non-vuoi-morire-fulminato”. Semplice, no? Ma ecco che qui la gente ti sorprende, perché non è che non capisce che sei incazzata, lo capiscono eccome. Il problema è che non leggono i sottotitoli. E cosa fanno? Cercano di risolvere. 1) Chi te l’ha chiesto? 2) Non cogli il rischio che corri nel rivolgermi la parola? 3) Non ti sorge il dubbio che se me ne sto da 20 minuti rintanata nel mio silenzio tombale con lo sguardo di una che vorrebbe urlare “AVADA KEDAVRA!” ad ogni essere del pianeta, forse, e dico forse, non è che abbia granché voglia di parlare con te? No, il dubbio non sorge. E allora scatta la fatidica domanda: “Tutto bene?”. Tu vorresti rispondere “Ti sembra che vada tutto bene, razza di creatura sotto-evoluta??”, ma capisci che dopotutto non è colpa sua se ha avuto la sfiga di rotolare nel tuo vortice distruttivo e quindi pianti un secco “Sì.”, che comunque mi sembra una risposta densa di significato. Ma l’idiozia è una bestia che non molla, quindi partorisce una delle migliori domande di sempre: “MA SEI SICURA?”. Ma cos’hai nel cervello? Cozze e vongole? E a quel punto l’inibitore sociale si disattiva, perché non è colpa tua se lo sguardo, il titolo, il sottotitolo e il secco “sì” non sono stati recepiti, e rispondi ammerda. Santo Zeus, se lo merita! Ma la persona in questione può reagire in due modi: o la intende (Alleluja!) o si offende. Lasciando sopravvivere quelli che alla fine l’hanno intesa (poracci), soffermiamoci su chi si offende in queste situazioni, perché è qui la vera mancanza di empatia. Perché mica si limitano ad offendersi, magari! Loro si degnano anche di fartelo sapere. E come? Tenendoti il muso tipo finché tu non scrivi un comunicato stampa in cui porgi delle scuse pubbliche. O lo scrivi su Facebook, insomma. Ma dico io, ma perché mi odi così tanto? Perché devi rendere ancora più di merda una giornata che è già una tragedia?

MA, evidentemente sopravvaluto la potenza del mio sguardo e l’univocità di un secco “Sì.”, quindi sto per rilasciare una DICHIARAZIONE UFFICIALE: cari miei umani, quando vedete (se lo vedete) che mi girano i coglioni, fatevi un silo di cazzi vostri e, giuro, amici come prima, ok?

Nov 3, 2015 - Senza categoria    No Comments

E poi SBAM: apri un blog.

Non ho mai avuto un blog (il MySpace su cui scrivevo stronzate adolescenziali e che la Microsoft ha avuto la decenza di trascinare nell’oblio, per fortuna, non vale) e non so perché ne ho aperto uno. Un po’ forse è per sentirmi meno esclusa dai discorsi sui blog (per via di scarsa connessione internet, sono già esclusa da quelli sulle TV series) e un po’ per noia.

Ma c’è anche un altro motivo che mi ha spinto a farlo. Visto quando vorresti dire ad una persona appena conosciuta che nelle sue parole vedi solo un affronto all’intelletto umano, ma le regole sociali ti impongono di assumere un’espressione da persona serena e dire cose come “Beh, certo”? Ecco, per quello. Un po’ per compassione e un po’ perché vorrei nonostante tutto continuare ad avere una vita sociale, sono spesso costretta a tacere cose tipo “Non credo che la crisi c’entri qualcosa, penso che la tua incapacità di mettere in fila due parole sia un motivo più che sufficiente per non darti quel posto di lavoro” oppure “Me ne fotte zero di come era vestita di merda la tizia che odi e che io manco conosco”. Questi sono solo due esempi, ma la lista di cose taciute ha ormai raggiunto una lunghezza pari a quella dell’Autostrada del Sole, ed è per questo che ho deciso che è giunto il momento di sbobinarla.

Forse sono solo una persona cattiva per natura, può darsi, ma credo che anche l’umanità abbia contribuito notevolmente. Non fraintendetemi eh, mi piace stare in compagnia e sono una persona (abbastanza) socievole. Se mi dovessero uccidere, sono più che sicura che il mio vicino di casa potrà dire di me che “Salutava sempre”. Diciamo solamente che non è raro che i miei tentativi di socializzazione muoiano di solitudine di fronte a certi discorsi che sembrano scuregge del cervello. Che poi, non è mica che io passi le mie giornate a parlare di Shopenhauer (dimostrato dal fatto che ho appena googolato “Shopenhauer” per scriverlo in modo corretto, nonché dal fatto che ho appena googolato “googolato”, per lo stesso identico motivo). Ma diciamo che le scuregge del cervello di certa gente puzzano così tanto che ogni tanto vorresti ucciderli o scappare (o forse entrambe le cose). Ecco perché il titolo del blog. Sia chiaro: finora ho sempre scelto la via della fuga, eh.

Inoltre, ho avuto la sfortuna (chi ha avuto più di un contatto diretto alla settimana con Trenitalia, capirà l’origine del termine “sfortuna”) di aver vissuto da pendolare una parte della mia vita, ed ho sempre pensato che il treno fosse un ambiente perfetto per gli studi di antropologia sociale. Che poi è un modo diverso per dire che il treno è, per sua natura, un luogo dove i moventi per un eventuale assassinio piovono come le polpette su Suolo Marina.

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Inoltre, per chi sa come finisce l’Assassinio sull’Orient Express (NO SPOILER, giuro), capirà chi ha ucciso la mia fiducia nell’umanità.